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L'Avv. VANIA SCIARRA è avvocato matrimonialista specializzato nel diritto di famiglia, in particolare nella soluzione stragiudiziale e giudiziale delle controversie in ambito matrimoniale, SEPARAZIONI e DIVORZI, e nell'ambito di CONVIVENZA more uxorio.
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Divorzio: quando una lettera di autocritica può fondare la richiesta di addebito?



Divorzio: quando una lettera di autocritica può fondare la richiesta di addebito?
La Corte di Cassazione con la sentenza n.8149 del 22 aprile 2016 ha chiarito i presupposti per far scattare l’addebito
Corte di Cassazione sentenza n 8149/19
Nella casistica giurisprudenziale presupposto indispensabile per far scattare l’addebito nei confronti di un solo coniuge è la violazione dei doveri matrimoniali che, determinando la crisi di coppia, deve essere precedente alla proposizione della domanda di separazione. I magistrati pacificamente, infatti, ritengono che debba sussistere un rapporto di causa-effetto tra il comportamento contrario ai doveri coniugali del coniuge e la sopravvenuta intollerabilità della convivenza. Ma quali possono essere in concreto i presupposti ritenuti idonei a fondare una domanda di addebito a carico della moglie o del marito?
Ebbene la Corte di Cassazione con la sentenza n.8149 del 22 aprileha dato una risposta piuttosto esauriente a tale quesito. L'ex marito, nella vicenda da cui trae origine tale sentenza, per fondare la richiesta di addebito della separazione a carico della moglie aveva prodotto in giudizio delle lettere con le quale la moglie faceva autocritica ammettendo degli errori macroscopici che hanno poi fatto sgretolare il rapporto coniugale. L’intento dell’ex marito era di chiedere il mantenimento a suo favore in considerazione anche della sproporzione dei redditi. E’ proprio per sottolineare il grande valore probatorio delle missive idonee quindi a dimostrare la violazione degli obblighi matrimoniali della ex consorte ha dichiarato che esse rappresentavano una vera confessione messa nero su bianco.
Quando la posta incriminata diventa motivo di addebito?
Gli ermellini però nell’individuare chirurgicamente la sottile linea che permette o meno di ritenere legittima e fondata la richiesta di addebito, hanno escluso che quelle lettere potessero costituire la prova regina per addossare sulla ex moglie  la fine del matrimonio. I motivi che i giudici di Piazza Cavour passano in rassegna per arrivare alla conclusione sono da ricondurre innanzitutto al fatto che la posta “incriminata”, risaliva ad un periodo di molto precedente la separazione e la stessa non dimostrava certo che la moglie fosse venuta meno ai sui doveri coniugali. Dall’interpretazione delle lettere traspariva semmai una chiara autocritica che la donna faceva a se stessa, che benché riferita alla sua relazione  matrimoniale, testimoniava che il comportamento dei coniugi è spesso espressione di ombre e luci. La Suprema Corte, non ha quindi accolto la richiesta di addebito della separazione, evidenziando quindi che quelle missive costituivano semplicemente una presa di coscienza della scelta di interrompere il legame coniugale. Ed ecco perché che l’assunzione da parte della ex moglie della responsabilità per la separazione non poteva certo voler significare ammettere di aver violato gli obblighi assunti al momento della celebrazione del matrimonio.
Le motivazione della Corte di Cassazione
Il ricorso dell’ex marito è stato rigetto però anche con riferimento alla richiesta da lui avanza di vedersi attribuire l’assegno di mantenimento. L’uomo aveva infatti affermato che, dopo la separazione, il suo tenore di vita era peggiorato. Peccato che all’occhio attento dei magistrati non è sfuggito che fra le due situazioni patrimoniali risultava solo apparentemente una sproporzione. E questo perché mentre la ex moglie aveva un reddito che superava di poco i mille euro mensili ed abitava in una villa prima di sua proprietà che era stata donata al figlio che consentiva alla madre di abitarci, la situazione del maritoera più oscura. Infatti egli aveva dichiarato che percepiva solo una pensione da medico specialista di 500 euro al mese. Dall’esame della documentazione prodotta in giudizio è però emersa la presenza di inserzioni sulle pagine bianche e gialle dove veniva “pubblicizzata” la sua attività di medico specializzato in dietologia e nefrologia. Questo quindi dimostrava che percepiva quindi uno stipendio notevole, proprio perché in realtà esercitava ancora la professione, nonostante fosse andato in pensione.
Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 1, ordinanza 18 gennaio – 22 aprile 2016, n. 8149
Presidente Dogliotti – Relatore Bisogni
Fatto e diritto
Rilevato che:
1. Il Tribunale di Perugia, con sentenza n. 760/12, ha dichiarato la separazione personale dei coniugi P.E. e Z.D. rigettando le altre domande proposte dalle parti (addebito della separazione e assegno di mantenimento) e compensando le spese processuali.
2. La Corte di appello di Perugia, pronunciando sull’appello del P. che ha insistito nella richiesta di addebito della separazione e nel riconoscimento del suo diritto a un assegno di mantenimento, ha confermato la decisione di primo grado, con sentenza n. 421/13, nella quale ha ribadito l’assenza di prove idonee a far ritenere fondate le sue domande.
3. Ricorre per cassazione P.E. affidandosi a tre motivi di impugnazione, configurati in aderenza ai precedenti motivi di appello e alle richieste istruttorie, come richiesta di accertamento della responsabilità della separazione a carico della Z. nonché delle condizioni di sproporzione reddituale e patrimoniale idonee a giustificare la sua richiesta di assegno di mantenimento.
4. Si difende con controricorso Z.D. .
5. Le parti depositano memorie difensive. Ritenuto che:
6. Con il primo motivo di ricorso si deduce violazione degli artt. 143, 2697, 2727, 2729, 2730 e 2732, 2735 c.c. e degli artt. 112, 116, 184, 132 n. 4, 342, 345 c.p.c. in relazione agli artt. 360 nn. 3, 4 e 5 c.p.c. Il ricorrente contesta l’affermazione della Corte di appello secondo cui i documenti sui quali il ricorrente fonda l’asserito raggiungimento della prova sulla domanda di addebito oltre che tardivamente prodotti sarebbero anche irrilevanti.
7. Il motivo è infondato. Il ricorrente non ha dotato il ricorso delle allegazioni necessarie a dimostrare la tempestività della produzione né ha portato argomenti per poter ritenere che la valutazione della documentazione sia censurabile sotto il profilo della violazione di legge. Appare del tutto impropria l’attribuzione di un valore confessorio alle lettere di cui il ricorrente ha trascritto nel ricorso solo alcuni frammenti. Si tratta di affermazioni della Z. contenute in lettere, di cui una risalente a un periodo remoto rispetto alla separazione, e che anche se estrapolate dal loro contesto non sono di certo idonee a integrare il valore di una confessione rispetto a una valutazione strettamente riservata al giudice di merito come l’addebito della separazione.
Sotto il profilo fattuale esse, per come le hanno valutate i giudici di merito, non attestano alcun fatto violativo di doveri coniugali trattandosi di autocritiche (essere stati sgarbati o aver avuto un comportamento sbagliato) compiute in un contesto riservato e con riferimento a una relazione quale quella matrimoniale in cui abitualmente il comportamento dei coniugi esprime luci ed ombre. Né essersi assunti la responsabilità della separazione può significare aver riconosciuto un comportamento violativo dei doveri coniugali tale da aver reso intollerabile la prosecuzione della relazione coniugale stessa. Piuttosto dovrebbe attribuirsi a tale espressione il diverso significato di assunzione della scelta di interrompere il legame coniugale il che equivale all’esercizio di una libertà fondamentale quale quella di autodeterminarsi nella conduzione della propria vita familiare e personale.
8. Con il secondo motivo di ricorso si deduce violazione degli artt. 147 e 148, 2697, 2727, 2729 c.c., degli artt. 112, 116, 132 n. 4, 342, 345 c.p.c. in relazione agli artt. 360 nn. 3, 4 e 5 c.p.c. il ricorrente contesta la valutazione della Corte di appello circa la consistenza patrimoniale e la capacità reddituale delle parti che lo ha costretto a una riduzione drastica del suo tenore di vita. Si tratta di una impugnazione inammissibile perché non in grado di chiarire le ragioni delle dedotte violazioni di legge. Sotto il profilo dell’omesso esame di fatti rilevanti il ricorrente non indica chiaramente quali fatti decisivi avrebbe ignorato la Corte di appello mentre tutte le censure già proposte con l’appello risultano prese in esame dalla Corte distrettuale perugina che ha rilevato come effettivamente la Z. sia proprietaria di una tenuta agricola con villa che ha donato al figlio ma dove ancora risiede in forza di un contratto di affitto con canone simbolico; che l’attività agrituristica è cessata nel 2009; che il reddito dichiarato della Z. è modestissimo (1.106 Euro annui); che il ricorrente è medico specialista e non è chiaro se la sua attività professionale sia stata definitivamente chiusa; che in ogni caso egli non dichiara alcun reddito e percepisce una pensione mensile di 500 Euro; ha la proprietà di alcuni immobili in Perugia e Gualdo Tadino che in parte ha venduto ricavando dalle vendite capitali di una certa consistenza; vive in una casa di proprietà. Su tali presupposti la Corte di appello ha ritenuto non provato uno squilibrio economico e patrimoniale tale da giustificare l’imposizione alla Z. di un assegno di mantenimento. Si tratta di una valutazione di merito non censurabile in sede di legittimità se non ai sensi del nuovo testo dell’art. 360 n. 5, riformulato dall’art. 54 del d.l. 22 giugno 2012, n. 83, conv. in legge 7 agosto 2012, n. 134, che introduce nell’ordinamento un vizio specifico denunciabile per cassazione, relativo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia). Ne consegue che, nel rigoroso rispetto delle previsioni degli artt. 366, primo comma, n. 6, e 369, secondo comma, n. 4, cod proc. civ., il ricorrente deve indicare il "fatto storico", il cui esame sia stato omesso, il "dato", testuale o extratestuale, da cui esso risulti esistente, il "come" e il "quando" tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti e la sua "decisività", fermo restando che l’omesso esame di elementi istruttori non integra, di per sé, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo qualora il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorché la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie (Cass. civ. S.U. n. 8053 del 7 aprile 2014). Il motivo di ricorso non risulta rispondere a questi requisiti e la lettura della motivazione evidenzia come le circostanze prese in esame dalla Corte di appello siano le stesse su cui si incentrano le difese del ricorrente mentre la valutazione compiuta dai giudici di merito risponde a quei requisiti di minimo costituzionale della motivazione che la stessa sentenza citata ha posto come limite invalicabile della ammissibilità dell’impugnazione ex art. 360 n. 5 c.p.c., affermando che la riformulazione dell’art. 360, primo comma, n. 5, cod. proc. civ., disposta dall’art. 54 del d.l. 22 giugno 2012, n. 83, conv. in legge 7 agosto 2012, n. 134, deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 delle preleggi, come riduzione al "minimo costituzionale" del sindacato di legittimità sulla motivazione. Pertanto, è denunciabile in cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sé, purché il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali. Tale anomalia si esaurisce nella "mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico", nella "motivazione apparente", nel "contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili" e nella "motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile", esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di "sufficienza" della motivazione.
9. Con il terzo motivo di ricorso si deduce la violazione degli artt. 2697, 2727, 2729 c.c., degli artt. 24 e 111 Costituzione, degli artt. 112, 116, 132 n. 4, 342, 346 c.p.c., in relazione all’art. 360 nn. 3, 4 e 5 c.p.c. Il ricorrente lamenta la mancata ammissione della prova per testi il cui articolato riproduce nel ricorso.
10. Anche in questo caso la Corte di appello ha preso in esame le deduzioni istruttorie dell’odierno ricorrente e le ha valutate non indispensabili ai fini della decisione, vertendo su circostanze ininfluenti o comunque su elementi inidonei per la dimostrazione dell’addebitabilità della separazione o, altrimenti, della posizione reddituale delle parti, e ha ritenuto del tutto sufficiente la documentazione acquisita agli atti. Il motivo si presenta pertanto come una richiesta di riesame della rilevanza della prova per testi; giudizio precluso in questa sede se non al fine di un controllo della motivazione nei limiti consentiti dall’art. 360 n. 5 c.p.c. cui si è fatto ampio cenno. Tale controllo esclude nella specie che la Corte di appello abbia reso una motivazione apparente se si rileva che la maggior parte delle circostanze di cui ai capitoli di prova sono pacifiche o palesemente irrilevanti come i fatti successivi alla separazione ai fini della domanda di addebito o quelli relativi all’effettuazione di lavori a spese del ricorrente che non costituiscono l’oggetto del giudizio ovvero come l’acquisto di un aereo da turismo da parte del figlio dei litiganti. Mentre la circostanza della perdita del lavoro per effetto del trasferimento dalla Svizzera non ha evidentemente convinto la Corte di appello alla luce della documentazione (inserzione sulle pagine bianche e gialle degli anni 2011 e 2012 dell’attività di medico specializzato in nefrologia e dietologia) anche sotto il profilo della dimostrazione di una perdita assoluta della capacità lavorativa e reddituale per un così lungo periodo di tempo.
11. Il ricorso va pertanto respinto con condanna del ricorrente alle spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione liquidate in complessivi Euro 2.100, di cui 100 per spese. Dispone che in caso di diffusione del presente provvedimento siano omesse le generalità e gli altri dati identificativi a norma dell’art. 52 del decreto legislativo n. 196/2003.
Ai sensi dell’art. 13 comma 1 quater del D.P.R. n. 115 del 2002 dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dell’art. 13, comma 1 bis, dello stesso articolo 13.

Divorzio: il marito non paga il mutuo? Moglie e figli via di casa



Divorzio: il marito non paga il mutuo? Moglie e figli via di casa
Divorziati: se l’ex marito smette di pagare le rate del mutuo, moglie e figli perdono il diritto al tetto coniugale. Ecco perché e come difendersi.
Divorziare o separarsi prima di aver finito di pagare il mutuopotrebbe diventare un problema per il coniuge che ha diritto all’assegnazione dell’immobile. A stabilirlo è la Cassazione con una sentenza che rischia di lasciare in mezzo alla strada i figli di coppie separate.
Sulla maggior parte delle case degli italiani c’è un’ipoteca della banca ma potrebbe accadere che, dopo la separazione o il divorzio e l’assegnazione della casa, i pagamenti del mutuo a carico di uno dei due restino in sospeso. Cosa succede in questo caso? La risposta non piacerà soprattutto alle donne, che sono quelle che generalmente ottengono dal giudice il tetto coniugale e l’affidamento dei figli.
Se il marito smette di pagare il mutuo e la moglie non riesce a pagare anche la sua parte infatti, la banca ha il diritto di mettere in vendita la casa e mandare via gli inquilini (moglie e figli) anche se una sentenza precedente li ha autorizzati a rimanervi dentro.
Com’è possibile? Il fatto è che l’ipoteca, se stipulata prima della sentenza che assegna la casa coniugale a uno dei due ex coniugi, prevale su di essa. La banca, quindi, può benissimo pignorare, espropriare e vendere il bene all’asta senza preoccuparsi del fatto che i rapporti della coppia si siano incrinati o del provvedimento di assegnazione dell’immobile in seguito alla separazione.
Divorzio: perché la casa è pignorabile se l’ex non paga il mutuo
Nonostante sia più facile pensare che un genitore non metterebbe mai in una situazione di disagio i propri figli anche se ha divorziato dal coniuge, può accadere che per ragioni economiche non possa più permettersi di pagare il mutuo oppure decida di non sobbarcarsi la spesa di un bene di cui non gode, preferendo il pignoramento. Non si tratta di un’ipotesi irrealistica, soprattutto nel caso di un mutuo “giovane” e con poche rate pagate.
Secondo la Corte Suprema, quindi, per l’ex moglie a cui è stata assegnata la casa coniugale valgono le stesse regole dell’inquilino, compresa la prevalenza dell’ipoteca della banca. Questo principio non rileva il fatto che in casa vivano bambini piccoli, che la moglie sia disoccupata o che il marito abbia deciso di interrompere volontariamente il pagamento del mutuo per farle un torto.
Divorzio: cosa fare se il coniuge non paga le rate del mutuo?
Innanzitutto c’è da dire che anche se versa regolarmente il mantenimento, il coniuge che non paga il mutuo e costringe l’ex ad andare via di casa insieme ai figli è passabile di querela per violazione degli obblighi di assistenza familiare.
In caso di gravi inadempienze o di atti che arrechino danni al minore o ostacolino l’affidamento, il giudice può:
  • ammonire il genitore inadempiente;
  • disporre il risarcimento dei danni nei confronti del minore;
  • disporre il risarcimento dei danni nei confronti dell’ex coniuge;
  • condannare il genitore inadempiente al pagamento di una sanzione amministrativa da un minimo di 75€ a un massimo di 5.000€ a favore della Cassa delle ammende.
Riduzione dell’assegno di mantenimento
Un’ultima precisazione riguarda il mutuo cointestato al 50%. Se a non contribuire al pagamento delle rate è la moglie a cui è stato assegnato l’immobile, facendo così ricadere tutto il peso della spesa sul marito che non vuole incorrere nel pignoramento e nella vendita della casa, quest’ultimo può chiedere che venga ridotto l’importo dell’assegno per il mantenimento.
Prima di intraprendere azioni legali, comunque, è sempre bene trovare un accordo nel bene dei figli.

Il genitore non deve mantenere il figlio adulto, disoccupato ma con titoli



Il genitore non deve mantenere il figlio adulto, disoccupato ma con titoli
L’obbligo dei genitori di mantenere i figli va valutato in base anche all’età del giovane e dei titoli da questi conseguiti in modo da evitare situazioni di parassitismo.
 I genitori non hanno l’obbligo di mantenere un figlio a oltre trent’anni di età se gli hanno garantito un valido percorso di studi tanto da portarlo a conseguire uno o più titoli; l’obbligo poi certamente non sussiste se il giovane non versa in uno stato di minorazione fisica e non dimostra di vivere in condizione di indigenza. Lo ha chiarito il tribunale di Roma con una recente sentenza [1].
 Anche secondo la Cassazione, nel valutare quando sussista l’obbligo, per i genitori, di mantenere il figlio maggiorenne non si può tracciare una regola generale, ma si deve guardare al singolo caso specifico e alle condizioni in cui versa il giovane: tanto più quest’ultimo è avanti con l’età, tanto più rigorosa deve essere la valutazione del giudice in merito al suo stato di bisogno. Questo perché si vuol evitare di dare tutela a situazioni che potrebbero sconfinare nel parassitismo. Dunque, nel caso di un maggiorenne che abbia già completato il proprio percorso formativo, conseguendo peraltro il titolo di studi necessario alla propria ambizione e preparazione (laurea o diploma), che nello stesso tempo sia pienamente “abile” e, quindi, non presenti patologie invalidanti, che non dia prova di versare in condizioni di estrema povertà (nel qual caso, comunque, gli sarebbero sempre dovuti gli alimenti) non ha più diritto a essere mantenuto dai genitori.
 La sentenza sembra porsi in contrasto con quel filone di giurisprudenza, ormai consolidato, secondo cui il mantenimento è necessario fino a quando il figlio maggiorenne consegua una stabile indipendenza economica. Di tanto, invece, nel provvedimento in esame, non si fa riferimento: il giudice si limita a giustificare la propria decisione di negare l’assistenza economica al ragazzo per via della coesistenza di due condizioni:
 – l’età avanzata
– il possesso degli strumenti (percorsi formativo e titolo di studi) che gli consentirebbero di trovare lavoro e, quindi, di ottenere l’indipendenza economica.
 Come ha più evidenziato la Suprema corte “la valutazione delle circostanze che giustificano la ricorrenza dell’obbligo dei genitori al mantenimento dei figli maggiorenni va effettuata necessariamente caso per caso e con criteri di rigore proporzionalmente crescente in rapporto all’età dei beneficiari, in guisa da escludere che la tutela della prole, sul piano giuridico, possa essere protratta oltre ragionevoli limiti di tempo e di misura, al di là dei quali si risolverebbe in forme di vero e proprio parassitismo di ex giovani ai danni di genitori sempre più anziani”.
 Inoltre, in presenza di figli maggiorenni più che una richiesta di mantenimento dovrebbe essere avanzata una richiesta di alimenti: a differenza della prima, infatti, l’obbligo alimentare scatta tutte le volte in cui il soggetto beneficiario non possa provvedere alle più elementari esigenze di vita come il vitto, il vestiario, le cure e l’abitazione. Gli alimenti possono essere richiesti solo da chi versa in stato di bisogno e non è in grado di provvedere al proprio mantenimento.
[1] Trib. Roma, sent. n. 18611/15.

Cacciare il coniuge di casa è reato



Cacciare il coniuge di casa è reato
L'estromissione violenta dall'unità abitativa compiuta dal partner può integrare gli estremi del reato di violenza privata
L'intollerabilità della convivenza con il partner rischia di portare a gesti estremi come l'allontanamento violento di questi dalla casa familiare.
Si tratta, tuttavia, di un comportamento che ha serie ripercussioni legali in sede di separazione e che, pertanto, è preferibile non mettere in atto per evitare che l'emotività porti a conseguenze ben più gravi.

L'art.143 del codice civile (Diritti e doveri reciproci dei coniugi) stabilisce, infatti, che "dal matrimonio deriva l'obbligo reciproco alla fedeltà, all'assistenza morale e materiale, alla collaborazione nell'interesse della famiglia e alla coabitazione".
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La sussistenza dell'obbligo di coabitazione impedisce che il coniuge possa essere allontanato, salvo che ricorrano gravi ragioni, prima che le parti adiscano l'autorità giudiziaria (precisamente, non prima dell'udienza di comparizione davanti al Presidente).
Nulla, invece, impedisce al coniuge di allontanarsi volontariamente dal domicilio familiare.

Il coniuge forzatamente estromesso potrebbe, quindi, agire ex art. 1168 c.c. con un'azione di reintegrazione del possesso per essere riammesso nell'abitazione.
La Corte di Cassazione, tuttavia, ha previsto anche conseguenze penali: nella sentenza n. 40383/2012 (qui sotto allegata) gli Ermellini hanno ritenuto che il comportamento del coniuge che cacci il partner di casa può integrare gli estremi del reato di violenza privata.

Nel caso di specie la moglie, temporaneamente trasferitasi presso i genitori a causa del burrascoso rapporto con il marito, aveva incontrato l'ostilità di costui al  momento di ritornare a casa. Per i giudici tuttavia, non essendovi all'epoca provvedimenti dell'Autorità Giudiziaria di assegnazione della casa, la donna aveva il diritto di ritornare, nonostante il temporaneo allontanamento, senza che il coniuge potesse escluderla dal domicilio coniugale.

La questione dell'allontanamento forzato del partner dalla casa coniugale non si è posta, tuttavia, unicamente per quanto riguarda le coppie sposate: la Corte di legittimità è intervenuta in materia con la sentenza n. 7214/2013 (qui sotto allegata) precisando che anche relativamente al convivente more uxorio, l'estromissione violenta o clandestina dall'unità abitativa, compiuta dal partner, giustifica il ricorso alla tutela possessoria, consentendogli di esperire l'azione di spoglio nei confronti dell'altro quand'anche il primo non vanti un diritto di proprietà sull'immobile che, durante la convivenza, sia stato nella disponibilità di entrambi.

Al convivente che goda con il partner possessore iure proprietatis del medesimo bene va riconosciuta una posizione "riconducibile alla detenzione autonoma (qualificata dalla stabilità della relazione familiare e protetta dal rilievo che l'ordinamento a questa riconosce)".

La strada da seguire, pertanto, per evitare che dalla crisi di coppia possano derivare conseguenze dannose a capo della parte, magari anche maggiormente lesa da un rapporto di coppia particolarmente conflittuale, è il ricorso all'autorità giudiziaria.